Paolo Domenico Finoglio (Paulus Finolius neapolitanus)


Considerato a lungo dalla critica un pittore minore, dopo i recenti studi e soprattutto all’indomani dell’importante mostra antologica di Conversano (aprile 2000), Finoglio esce piena-mente rivalutato e ricollocato nel suo giusto ruolo di artista di primo piano nella storia dell’arte me-ridionale del Seicento Ricerche storiche, indagini critiche e studi condotti sulla base dei restauri effettuati dalla So-printendenza della Puglia hanno reso possibile una puntuale conoscenza dell’opera pittorica di Finoglio e la sua collocazione a fianco dei principali pittori della Napoli del Seicento.
Non a caso fu tra i primi ad essere chiamato all’importante compito di affrescare le lunette della sala capitolare e la cappella dedicata a San Martino nella omonima, celebre Certosa napoletana. Ed inoltre in tante chiese del Napoletano, a Pozzuoli e in provincia di Salerno produsse, tra gli anni ’20 e ’30 di quel secolo, pregevoli ed ammirati dipinti.
Tutt’al più, si potrebbe parlare di un pittore che, ritiratosi in provincia, lontano dai fasti della capitale, ha potuto godere meno – rispetto ai contemporanei Cavallino, Caracciolo, Stanzione ecc. – delle celebrazioni ufficiali. La scarsa documentazione biografica, infine, non rende giustizia al no-stro autore.
Con certezza sappiamo di lui che, dopo l’apprendistato nella bottega di Battistello Carac-ciolo, intorno al 1610, quando avrebbe avuto all’incirca vent’anni, si trovava in Puglia, nel Salento, dove dipingeva le quattro tavolozze con Storie di Abramo, oggi conservate nella chiesa del Rosario a Lecce. Recenti restauri hanno portato alla luce su una delle quattro tavolozze la firma del pittore Paulus Finolius neapolitanus, ed una data, che l’usura del tempo ha reso illeggibile, ma che al più tardi dovrebbe essere 1620.
Per lungo tempo alle dipendenze di ordini religiosi, forse con la loro mediazione, Finoglio entra in contatto con Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano. Il potente feu-datario, i cui domini si estendevano fino in terra d’Otranto, affida subito un incarico al pittore na-poletano. In occasione delle sue nozze con la nobildonna Isabella Filomarino dei Principi della Rocca, nel 1622 gli commissiona gli affreschi alla volta della stanza dell’alcova nel castello. Fino-glio dipinge scene delle Storie di Giacobbe tratte dalla Genesi, tra cui predilige dare spazio alle vi-cende matrimoniali con Lia e Rachele. Ne viene fuori un esplicito intento celebrativo del matri-monio, cui si unisce l’augurio di prosperità al signore conversanese.
Successivamente Finoglio si trasferisce a Napoli, dove esegue gli affreschi nella Certosa. Segue un periodo di intenso lavoro, ma soprattutto di conoscenza di autori contemporanei, dai quali Finoglio apprende e con i quali si misura. Di notevole impatto risulta la frequentazione con Artemi-sia Gentileschi, dalla quale percepisce un senso nuovo del colore e della materia.
Nel 1634 torna a Conversano. Il conte gli conferisce l’incarico di eseguire le dieci grandi te-le raffiguranti scene tratte dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, autore molto amato dalla casata conversanese. Del poema tassesco vengono esaltati alcuni protagonisti della vicenda militare e gli atteggiamenti “eroici” nei quali si riconosce il conte committente, che poteva vantare tra i suoi antenati l’eroe crociato Tancredi di Lecce ed il capostipite della casa conversanese, quel conte Giulio Antonio I morto da eroe nella battaglia otrantina contro i Turchi del 1481. Altro tema raffigurato nel ciclo pittorico è quello dell’amore sensualmente vissuto e sofferto, come appare nelle scene con i personaggi di Tancredi e Clorinda, Rinaldo e Armida.
Insomma, in questa aulica lettura dell’opera tassesca e nella barocca interpretazione data da Finoglio si realizza uno dei più importanti cicli pittorici di argomento profano dell’intera produ-zione artistica del Seicento italiano.
In Conversano Finoglio eseguì molti altri dipinti: certamente splendidi sono quelli fatti col-locare sugli altari della chiesa dei SS. Cosma e Damiano, in cui forse il pittore dona il meglio di sé, dando prova di saper unire al naturalismo post-caravaggesco le esperienze coloristiche e le costruzioni monumentali delle figure, maturate attraverso la conoscenza delle tendenze in voga nel-la Roma di quegli anni.
Altre opere lasciate a Monopoli, nei centri del Salento e naturalmente a Conversano (si veda il bellissimo S. Benedetto e S. Biagio dell’altare maggiore nella chiesa benedettina) fanno rim-piangere la sua immatura scomparsa. Infatti, Finoglio moriva nel 1645, quando ancora lavorava al completamento del progetto di decorazione della volta della chiesa dei SS. Medici, che forse era stato all’origine della sua dimora in Conversano, su richiesta della famiglia comitale.